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Il passaggio dalla laguna al mare.
Attorno ai primi anni '30 lo sparuto e misero gruppo di pescatori di
mare venne ad aumentare. Infatti l'opera bonificatrice e le conseguenze
della prima guerra mondiale sulla flotta e sul commercio del pesce avevano
reso la pesca lagunare pressoche' senza reddito. Il mare risultava quindi
l'unica alternativa per chi non aveva piu' garanzie di sussistenza in
laguna.
Cio' necessariamente influi' sull'organizzazione, non solo peschereccia,
ma anche sociale del paese: "Il primo cambiamento e' stato li': dalla
laguna al mare", dice Nani. L'avvenuta chiusura delle Valli Perera e
Zignago comporto' dei grossi problemi per le famiglie che vi avevano
il "casone" -circa una ventina in quella di Zignago -. Le soluzioni
offerte in controparte da chi bonificava furono due: ricostruirsi un
"Casone" nei luoghi ancora liberi o intraprendere la pesca in mare con
"bragozzi" procurati dal Consorzio Peschereccio.
Solo alcuni pescatori sotto i trent'anni optarono per la seconda soluzione
mentre quelli piu' anziani non si sentirono di affrontare i pericoli
del mare ed il rischio di un'impresa sconosciuta e si adattarono alle
misere prospettive della pesca nello spazio lagunare rimasto. Chi accetto'
la sfida appartiene a quella generazione che oggi ha raggiunto gli ottanta
anni: "Quelli dell'eta' di mio padre e' stata la generazione di quelli
che sono andati in mare, in massa diciamo no, pero' prima c'era qualcuno
che pescava in mare, allora quattro-cinque barche...e questi qui hanno
dato il via. Poi c'e' stata la fuga dalla laguna chiusa; e tutta la
gente come mio padre che aveva sui trenta anni, qualcuno avra' avuto
anche meno, e da li' e' cominciata l'esperienza", ricorda ancora Nani.
Chi scelse la strada del mare ebbe la possibilita' di frequentare la
Scuola Velica organizzata da Consorzio Peschereccio e che consisteva
in un corso di sei-sette mesi con un tirocinio obbligatorio allo scopo
di ottenere la licenza per pescare in mare. Ecco il caso esemplare di
un giovane evacuato dalla Val Zignago, il quale ora viene ricordato
come un capo-scuola: proprio nel '33 partecipo' alla campagna delle
sardine a Chioggia e poi passo' alle dipendenze del Consorzio Peschereccio
per diventare "omo de barca" in uno dei primi "bragozzi".
La sua intraprendenza lo porta ad essere nel giro di due anni capobarca
con un 25% di guadagno in piu'. Ma la Scuola non era l'unico modo di
accedere a tali conoscenze, anzi l'esperienza di chi aveva gia' praticato
il mare diventava il mezzo principale di iniziazione: "Io non sapevo
il mare, perche' non c'ero mai stato, allora io ho preso uno, un capo,
che m'insegnasse" e per un anno Bepi assieme al fratello tenne come
capobarca un pescatore di un altro Clan che li aveva preceduti in questo
cambiamento, arrangiandosi in seguito da soli.
Sono proprio questi primi arditi che risultarono i maggiori agenti in
tale processo, trasmettendo agli altri la propria conoscenza nel cercare
di fronteggiare il mare, "la forza della natura, senza motori o cosa
o come (attrezzature odierne)"; "Quelli li' hanno ben conosciuto il
mare, ti davano l'esperienza insomma", asseriscono Gigio e Nani.
Abbiamo detto che il passaggio al mare venne condizionato dall'eta'
e dalle prospettive che si sarebbero avute rimanendo in laguna. Ma la
questione della pesca marittima interrogo' anche gli uomini di compagnia
che tentarono l'avventura dell'indipendenza in mare con una piccola
barca ed un po' di reti ed quei K che avevano una posizione sicura nelle
acque interne. Infatti le compagnie piu' fiorenti, in virtu' proprio
della loro saldezza, potevano rischiare allargando le loro attivita'.
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